Passa ai contenuti principali

UN INCONTRO CON LA GENDARMERIA DI FRONTIERA TEDESCA


Da alcune ore camminavo solo e sotto il sole di fine agosto: venivo da Castelfiorentino dove avevo incontrato Luigina Vanni. Andavo verso Pisa dove avevo deciso di fermarmi per aspettare l'arrivo dell'esercito alleato; avevo intuito che l'esercito tedesco si ritirava verso il nord Italia,avevo incrociato truppe a piedi e motorizzate nonché carri armati. Avevo adottato la tattica di camminare al centro della strada perché non volevo dimostrare che avevo paura. Mi sembrava che era il modo migliore per andare incontro al nemico che arrivava. Vidi anche carri carichi di feriti che mi provarono che vi erano stati combattimenti. 
Dopo anni in cui l'esercito tedesco aveva avanzato vittorioso in quasi tutta l'Europa, vederli fuggire di fronte a un nemico che avanzava facendo tabula rasa di quello che aveva davanti, era sconvolgente. 
A un certo punto le colonne dei mezzi  corazzati finirono e io rimasi solo al centro della strada della via Aurelia. Il silenzio era preoccupante perché non capivo cosa stesse succedendo, in quei momenti il fronte della cosiddetta linea gotica, creato dai tedeschi per fermare l'avanzata alleata, mi stava superando. Io mi trovavo tra i due eserciti nel punto di passaggio in cui uno si ritirava e l'altro ancora non era arrivato. 
In questo silenzio vidi sbucare una pattuglia tedesca: erano due soldati che mi spianarono le armi e mi ordinarono di alzare le braccia. Vidi che entrambi portavano sul petto un grande medaglione con scritto "gendarmeria tedesca" e da li capii che erano in perlustrazione dopo che le truppe si erano ritirate. Mi fecero segnale di mostrare i documenti. Io allora mi ricordai che un anno prima avevo chiesto al generale Crocco, preside della scuola di Ingegneria a Roma in San Pietro in Vincoli, un documento che mi autorizzava a ritornare in Sicilia. Lo trovai ancora nel portafogli e lo mostrai ai gendarmi tedeschi che mi avevano in loro potere, potevano fucilarmi, ero uno sbandato con un foglio di carta in mano, che i tedeschi sicuramente non capirono ma videro timbri e firme e questo dovette essere sufficiente perché non costituiva un pericolo per l'esercito tedesco in fuga. I due gendarmi confabularono un poco tra loro, poi mi fecero segno di raccogliere tutte le cose che avevo uscite dallo zaino, compresa la compassiera da cui non avevo mai voluto separarmi e che era avvolta in un giornale. Questa compassiera, a ripensarci, fu misteriosa perché nessuno volle guardare mai dentro cosa conteneva. 
Quando rimisi tutto nello zaino i gendarmi mi fecero segno di proseguire il mio cammino, ripresi la strada verso sud come avevo fatto nei giorni passati. Avevo appena fatto pochi passi che sentii alle mie spalle una scarica alle di mitra e i proiettili passarmi vicino senza colpirmi. Non capii al momento cose volesse significare: se un atto intimidatorio o una prova per verificare il mio coraggio e il mio autocontrollo: a quella scarica io abbassai la testa e continuai con lo  stesso passo di prima, come se non fosse successo niente. Capii che volevano farmi paura ma io mi controllai, non fuggii, e continuai con lo  stesso passo e la stessa direzione, come prima, aspettando la seconda scarica. Ancora oggi ricordo quei momenti, in quel conflitto tremendo avrei potuto essere ucciso e finire la mia vita ai bordi della strada: se avessi cominciato a scappare sarei stato il loro gioco di tiro al bersaglio. Per i tedeschi io ero una cosa trascurabile, e per l'esercito alleato che arrivava, sarei stato un cadavere da levare di mezzo. In quel silenzio che si fece dopo io riflettei a lungo: mi sembrava come se avessi scalato di nuovo il "Campanile Basso del Brenta": avevo raggiunto la cima e oltre non potevo andare. Continuai a camminare e capii allora che si erano presi gioco di me e l'unico modo per superare quella situazione era fare finta di niente. Quel giorno proseguii la mia marcia convinto che avevo superato una Roma difficile perché avevo dovuto tenere saldi i nervi e autocontrollarmi. Forse fu la prova più ardua della mia vita e sono ancora oggi contento di averla superata.

Commenti

Post popolari in questo blog

L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI

Questa definizione bellissima è stata inventata per definire meglio l'origine de i buchi neri . L'orizzonte degli eventi è un limite tra la materia e l'inizio del buco nero, l'inizio dove la gravità è talmente forte che non può uscire neanche la luce.  I buchi neri sono una delle forme astronomiche più interessante dei cieli. Sappiamo poco della loro natura, quello che sappiamo è che si sono scoperti proprio perché la loro esistenza è negativa. Si è arrivati alla scoperta dei buchi neri perché alcune parti del cielo NON emettevano luce e questo era un'anomalia incomprensibile.  In alcune parti dei cieli si determina una concentrazione della gravità talmente forte che attira anche i fotoni che sono obbligati a precipitare all'interno del buco nero. Sappiamo che sono tanto grandi che possono assorbire stelle e forse anche galassie. L'assorbimento di queste quantità e' misterioso perché non sappiamo dove vanno a finire i corpi che precipitano dentro l...

PALAZZO SAITTA IN CORSO SCINA'

Le suore di padre Messina alla morte del Barone Sgadari, che non aveva eredi, ricevettero in eredità il suo palazzotto di campagna.  Non avendo che farne lo vendettero in un'asta pubblica, alla quale partecipò il barone Michele Saitta il quale si aggiudicò la proprietà.  L'edificio, originariamente una brutta casena di campagna alla periferia di Palermo, si trovava però in un angolo assai interessante del borgo vecchio, così detto perché risaliva a un tempo in cui il porto di Palermo si appoggiava alle proprietà di quella zona.  Nel 1963  il barone Saitta, cliente di mio padre, si rivolse a me per studiare lo sfruttamento di quell'area. Visitai il palazzo che mi sembro' di uno squallore enorme poiché non presentava nessun ambiente che meritasse una conservazione. Al Signor  Saitta proposi di sostituire il palazzotto con un moderno edificio ad angolo con la piazza che soddisfacesse le esigenze urbanistiche del momento. Progettai la struttura con un solo i...

LE GROTTE DELL'ADDAURA UN'ESPLORAZIONE RISCHIOSA

Partimmo di buon mattino con tre biciclette, io Furitano e Gugino, dotati come attrezzatura solo di una scatola di fiammiferi e una lampada ad acetilene che avevo comprato il giorno prima.  Lasciammo le biciclette ai piedi di Monte Pellegrino nel lato verso Mondello.  Nel 1938 il giornale di Sicilia aveva dato notizia della scoperta di una grotta ai piedi del monte con tracce di civiltà antiche e tutta Palermo ne parlava.  Noi tre ci mettemmo d'accordo per fare un esplorazione senza sapere dove andare. Arrivammo nell'antro a mezza costa della grotta che era formato da un grande vano, come una cupola di una chiesa, che portava tracce di un uso antico come ricovero di greggi.  Non si vedeva alcun ingresso per entrare nella grotta e faticammo a trovare un buco nel quale mi infilai strisciando come una lucertola, dopo una decina di metri arrivai in un vano dove mi potevo rimettere in piedi.  Invitai gli altri a seguirmi perché avevo ritenuto di ...