LA SCALATA DEL
CAMPANILE BASSO DI BRENTA 300 mt di verticale
Partimmo di buon ora da Gressoney la Trinité
nelle Dolomiti, arrivammo alla base del Campanile Basso e il primo spettacolo
furono le lapidi poste in memoria degli scalatori morti durante il tentativo di
arrivare alla cima.
20 AGOSTO 1950
Questa
montagna a forma di ago puntato verso il cielo aveva coinvolto la fantasia di
tanti scalatori perché sembrava impossibile arrivare alla vetta.
Mi
posi la domanda perché tante persone hanno lo stimolo di arrivare dove altri
non possono o non hanno saputo. Alpinisti di tutto il mondo avevano provato a
fare l'ascensione e per molti anni fu ritenuta impossibile per la sua
verticalità e per i suoi pochi appigli che offriva agli scalatori.
Io
la sera prima mi ero messo d'accordo con la guida alpina Gilio Alimonta come se
si fosse trattato di fare una passeggiata. Dopo circa un’ora di marcia,
arrivammo alla base dell'”obelisco naturale” che si presentò come tale per la
sua eleganza incredibile e per la sua altezza la cui cima si erodeva tra le
nuvole.
La
mia incoscienza era incredibile, volevo sfidare me stesso per arrivare ai
limiti dell'impossibile e questo obelisco me ne offriva l’opportunità.
Alimonta
era piccolo di statura ma un ammasso di nervi che gli avevano consentito di
fare prime scalate su pareti inviolate. Era di poche parole e durante
l'ascensione non scambiammo quasi nessuna parola, una corda ci univa per una
distanza di quasi quindici metri, lui andava avanti arrampicava con sicurezza,
dimostrando la conoscenza degli appigli, alcuni non più grandi di un dito.
Quando aveva percorso i primi quindici metri, si fermava e mi diceva di
raggiungerlo. Io avevo la certezza che si poteva passare e quindi dovevo
ritrovare gli appigli che lui aveva usato prima di me. Avevo la certezza e la
sicurezza che in caso di caduta lui mi avrebbe trattenuto con la corda, gli
appigli erano in tutti i lati del campanile e quindi lo girammo parecchie
volte, non c'era tempo e voglia di guardare il paesaggio che era stupendo.
Iniziammo
il percorso da Bocca di Brenta, poi proseguimmo dal Sentiero Gottstein,
poi Bocca del Campanile Basso, Parete
Paoli versante Sud, Parete Est, Stradon Provinciale, Parete Ovest
variante Battistata, Terrazzino del Re del Belgio, Parete Nord Anferer. Io
guardavo in alto verso il cielo e verso le pareti verticali che sfidavano tutto
il mio coraggio e capacità di arrampicare. In seguito appresi che quelle pareti
erano state oggetto di tante scalate infruttuose e mortali perché altri uomini
avevano sfidato se stessi e la montagna per arrivare in cima invano. Quando
salivo e arrampicavo provavo un ebbrezza indicibile, ogni metro che salivo era
una conquista della montagna e di me stesso che l'aveva scalata. Non mi
interessava quanto salivamo, perché finché ne avevo forza arrampicavo trovando
appigli invisibili e che solo le mani trovavano. Quando gli appigli mi
consentivano di salire con le mani, sapevo che anche i piedi sarebbero passati
e che gli appigli li avrei trovati anche per loro. Il percorso aveva nomi di
vie cittadine perché era come trovare delle strade su quelle pareti lisce e
stupende. Strade di pochi centimetri che ricordavano le tante imprese fatte da
sconosciuti animati da un solo desiderio: arrivare in cima.
A
venti metri dalla cima mi ricordai che il primo scalatore Carlo Garbari non era
riuscito ad andare oltre quegli ultimi difficili metri, perché non aveva
trovato gli appigli sufficienti. Solo in seguito, con l'aiuto di chiodi,
Otto Ampefere e Karl Berger riuscirono ad arrivare in cima.
Noi,
dopo alcune ore di salita, senza una parola, senza una tappa per prendere fiato,
arrivammo sulla cima costituita da una piattaforma che consentiva ad una sola
persona di sedersi.
Gilio
trovo sotto alcune pietre il registro delle firme che firmai anch'io, poi
mangiai due pere e iniziammo la discesa che era costituita da una corda doppia
lunga quasi trenta metri. Quando iniziai Gilio mi insegnò come si faceva
passando un capo sotto una gamba e mollando la cima in modo che scorresse sotto
i pantaloni, a mani nude… Questa lunga discesa vertiginosa, perché era a piombo,
fu la cosa più emozionante della giornata, la facemmo in tante tappe perché la
guida sapeva dove trovare i chiodi dove attaccare i moschettoni facendo una
complessa manovra di sganciamento e riagaggiamento della corda.
Tutto
si svolse in silenzio e in grande concentrazione perché penzolare nel vuoto a
centinaia di metri non dava luogo alla possibilità di distrarsi neanche un
momento. Quando arrivammo alla base e avevo terminato l’ascensione mi domandai
perché avevo rischiato la vita per salire in cima: non era facile trovare una
risposta ma è certo che tornai gratificato con me stesso e non è possibile
spiegare su cosa si fonda questa gratificazione. Nessuno mi ha visto, non ho
avuto applausi tutto si svolse nel silenzio come un rito magico.

Commenti
Posta un commento